Franco Buffoni Il racconto di Pasolini

Da IL RACCONTO DELLO SGUARDO ACCESO, Marcos y Marcos 2016, ripropongo "Il racconto di Pasolini".

“Ti faccio fare la fine di Pasolini”, me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi alla sua morte: era come uno slogan in certi ambienti, veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da “clienti”.
Pasolini lo avevo incontrato in un’occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell’Istituto Tecnico-Linguistico Femminile “Caterina da Siena” di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n’era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino.
Aveva vent’anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla e la sera mi piaceva scorrazzare con Riccardo, che esibiva le sue camicie sgargianti e i pantaloni lucidi a zampa di elefante: su è giù fino a Piramide e poi al centro. Più tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido.
Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più “storie” con nessuno.
Tre anni dopo, quando avvenne il disastro, Giovanni Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Alberto Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.
Io avevo capito. Trovavo ragionevole che per Arbasino dovesse essere così, ma sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo “menava” aveva nuove chance di incontro.
Per questo mi parve verosimile il primo racconto di Pino Pelosi, il giovanissimo assassino reo-confesso. Per questo non mi parvero convincenti le posizioni di chi - come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, Laura Betti, da subito e molto saggiamente, dico oggi - parlò di agguato ordito contro di lui.
Erano le attribuzioni relative all’agguato che non mi convincevano: neofascisti e/o il racket della prostituzione maschile (sul quale, si aggiungeva, Pasolini da tempo stava indagando). Oppure altre inchieste che forse andava conducendo. Ma a chi potevano dare fastidio le inchieste di un poeta che parlava di lucciole e di nuche di adolescenti? Pensavo: solo chi conosce il nostro mondo dall’interno può capire. Ero d’accordo con Dario Bellezza, con Nico Naldini, che avallarono la versione di Pino Pelosi come unico responsabile.
Trascorsero diciassette anni. Pelosi intanto usciva e tornava in galera per piccoli furti e spaccio. Apparve postumo l’ultimo romanzo di Pasolini: Petrolio. Non mi bastò: lo lessi a tratti, svogliatamente, infastidito. Carlo, il protagonista alter ego del narratore, nel salotto alto-borghese: narcisista. Carlo che si autoaccusa e tra quelli dei nemici mette anche il suo nome: masochista. Carlo che si presta alle voglie di dieci ragazzi infoiati in fila: non giova alla causa dei nostri diritti civili…
Certe parti di Petrolio contro l’Eni e contro la DC le saltai a pie’ pari, pensando che ormai era cambiato tutto: non aveva più senso pensare alla DC. Un romanzo fallito più che incompiuto, mi sembrava, già era troppo lungo così.
Cambiai radicalmente l’idea che mi ero fatta sulla sua morte solo nel 2005, dopo aver visto le foto scattate all’obitorio del suo corpo martoriato. Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo di diciassette anni ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. Persino ammettendo che lo abbia davvero travolto fuggendo in auto. “Erano in tre o quattro, avevano le catene”, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (non più interrogato): gli gridavano “arruso” e “comunista”, lui gridava “basta” e poi “mamma”, che fu la sua ultima parola.
Nelle interviste rilasciate a partire dal 2005 Pelosi ammette di non aver partecipato in prima persona all'aggressione, che in realtà fu compiuta da due persone sopraggiunte in moto (i fratelli neofascisti di origini siciliane Franco e Giuseppe Borsellino, noti nel giro degli spacciatori come "Braciola" e "Bracioletta", entrambi poi morti di Aids) e da altri tre individui scesi da un’altra auto.
Nelle foto il volto e il corpo del poeta recano i segni della lapidazione. Oggi mi resta solo il dubbio se Pelosi fu esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce contro di lui e contro i suoi famigliari, immediatamente dopo l’arresto, fattegli giungere in carcere. Pelosi doveva scappare a piedi nel piano degli assassini. Invece fuggì in auto, senza patente, e fu fermato dalla polizia stradale.
Ormai che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice. Come ricorda Gianni D’Elia in L’eresia di Pasolini edito da Effigie nel 2006: ”Secondo il giudice Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di stato”. E ancora: “Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai veleni interni all’ente petrolifero nazionale”. Pubblicato nel 1972 sotto pseudonimo, Questo è Cefis (L’altra faccia dell’onorato presidente) fu subito ritirato dalla circolazione e mandato al macero per ordine della magistratura. Pasolini riuscì ad averlo in fotocopia. In Petrolio l’onorato presidente si chiama Troya.
Pasolini è stato ucciso perché stava per scrivere sul Corriere della Sera la verità sul caso Mattei.
Stava per dimostrare che le Sette sorelle non c’entravano, che la questione era interna, nostra, italiana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture “resistenziali” per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.
E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi “resistenziali” interni alla fine drammatica del fratello Guido (partigiano della Brigata Osoppo, ucciso da altri partigiani comunisti filo-jugoslavi).
Come ho potuto per tanti decenni – io intellettuale, io poeta, io omosessuale – non capire? In parte, certamente, fu per i comportamenti di Pasolini nella sua vita “privata”. Che di privato non aveva nulla. E furono proprio quei comportamenti che indussero i mandanti degli assassini ad andare sul sicuro: stavano costruendo un delitto verosimile con tanto di movente.
Difatti per molto tempo si è sostenuto che Pasolini fu vittima della sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni “a rischio” con i ragazzi di vita.
Ci cascarono molte persone oneste, come il pittore Gabriele Mucchi, rigorosamente marxista, che si schierò violentemente contro Pasolini “che adescava giovani proletari con l’Alfa 2000”.
Ma la vera ragione per cui, per tanti decenni, sono rimasto al buio, l’ho capita casualmente imbattendomi in questa frase del libro di D’Elia: “L’omicidio di Pasolini è stato un atto premeditato e politico, non un delitto omosessuale”.
Un delitto omosessuale?
La questione non è solo lessicale. Diventa subito di sostanza. Nel delitto di gelosia è il geloso che uccide. Ad uccidere gli omosessuali, invece, sono sempre degli eterosessuali che ci tengono tantissimo a dichiararsi tali. (Ed è questa la ragione per cui gli omosessuali li cercano). Ricorrendo a tale definizione, se ne perpetua oggettivamente l’assassinio, inducendo chi legge a ritenere verosimile, concepibile, spiegabile un delitto “omosessuale”.
Un delitto omofobico, piuttosto, si dovrebbe dire.
Quindi non è vero che Pasolini è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni “a rischio” con giovani maschi “eterosessuali”. L’omofobia ha solo reso più cruento e “mascherato” un delitto politico.
Pasolini sarebbe stato ucciso lo stesso. Avrebbe fatto la fine del giornalista Mauro De Mauro. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc.
Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo - il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio - è riuscito a trasformare l’inchiesta che gli costò la vita nell’opera letteraria-summa della realtà italiana nel secondo dopoguerra.

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