RAFFAELLO BALDINI

Bella

Torna ogni tanto, per sua madre,
sta poco, due tre giorni, non esce mai,
Io poi sono sempre fuori. L'ho incontrata per caso, in farmacia,
"Ma quant'è che non ci vediamo?",
mi è sembrata più piccola,
"Hai i capelli corti", che li aveva lunghi, sulle spalle,
ha chiuso gli occhi: "Ti ricordi dei miei capelli?" Vinicio ci aveva fatto una passione.
E lei niente. Con quegli occhi verdi e il maglione giallo.
Le aveva fatto la corte anche Lele Guarnieri,
e la domenica veniva da Cesena
a ballare un biondo con una Giulietta spint.
Io, era troppo bella, non m'arrischiavo.

Dopo l'ho accompagnata fino a casa,
ha aperto, ho detto: "Cosa avrei pagato allora
per non portare gli occhiali!",
ha riso: "Ci vediamo fra altri vent'anni",
poi dal portone accostato, prima di chiudere,
m'ha guardato: "Mi piacevi"
senza ridere, "quante notti t'ho sognato!".

I MORTI

Quel che sanno i morti, e non dicono niente, sanno tutto,

anche quando sei in casa, da solo, la notte,

porte, finestre chiuse, loro sono lì,

che sei andato a letto, è tardi, hai spento la luce,

sei sveglio, al buio, ti vengono di quei pensieri,

che non si possono dire, loro sono sempre lì, ti leggono dentro,

ma sono buoni, fanno finta di non esserci.


[Raffaello Baldini, Piccola antologia in lingua italiana, Macerata, Quodlibet 2018, p. 51]



Un solo esempio. Le camicie con le maniche corte. Milioni di persone le portano. Io non le sopporto. Le camicie con le maniche corte. Ma che camicie? sono mutande. Non è una battuta. Prendete uno in mutande e con una camicia con le maniche corte. Sono due paia di mutande, uno sotto e uno sopra. Dice: ma quand’è caldo. Cioè, quand’è caldo vai in giro in mutande? E poi cosa c’entra il caldo? ti rimbocchi le maniche, quand’è caldo.

[Raffaello Baldini, In fondo a destra, in Carta canta Zitti tutti! In fondo a destra, Torino, Einaudi 1998, p. 125]
A niente
venerdì 26 gennaio 2018

tanto è tutta roba che, lo so, non serve a niente, ma se doveissimo buttare via tutto quello che, tutto quello che non serve a niente, non si può, neanche a volere, non si può, uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? alla televisione, stai a vedere i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, i quattrocento a ostacoli, il salto in alto, a cosa serve? o quando vengo giù dalla Marecchia, che è già notte, vedo San Marino e Verucchio che è tutta una luce, delle volte mi fermo, si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve?

[Raffaello Baldini, La fondazione, traduzione di Giuseppe Bellosi, Torino, Einaudi 2008, p. 53]

e anche a casa, che a casa sua, uno, non lo so, se non ti trovi bene a casa tua, invece io, cosa vuoi, anche i figli, il grande, è un bravo ragazzo, però, delle volte, che gli parlo, gli dico, e lui non risponde, zitto, ho capito che parlare troppo, i giovani oggi vogliono i fatti, no le chiacchiere, e hanno ragione, io li capisco, ma anche non parlare mai, c’è delle volte che gli domando, perché lui certe cose le sa, le deve sapere, studia, ma è come se non avessi detto niente, mi guarda e sta zitto, e io lo guardo anch’io, ci guardiamo

[Raffaello Baldini, Zitti tutti!, in Carta canta Zitti tutti! In fondo a destra, Torino, Einaudi 1998, p. 89]


Salutissimi

e poi spengo, mi ha stufato, la televisione, non trovo mai, sono sempre quelle cose, facciamo un bell’applauso, e tutti che battono le mani, da fare che? e allora esco, prendo su, in macchina, e faccio un giro, no lontano, vado così, purchessia, poi mi fermo e mi mando una cartolina, non mi scrive mai nessuno a me, che invece a me piace la mattina trovare un po’ di posta, e allora mi scrivo, io, da Verrucchio, da Pietracuta, da Montebello, da dove sono, prendo una cartolina, saluti, e sotto uno scarabocchio, però cambio tutte le volte, perché dopo, se no, sempre le stesse parole, dev’essere sempre una cosa nuova, tanti saluti, saluti e baci, salutissimi, saluti cari, un pensiero, un ricordo, arrivederci presto, ma ce n’è tante, di frasi, per cambiare, che i miei dicono: ma chi è questo qui? niente, sono amici, e così mi arrivano queste cartoline, che le tengo anche a conto, le più belle, o se no delle volte faccio qualche telefonata, chiamo i numeri che ci sono nelle prime pagine dell’elenco, le ultime notizie, il tempo, le strade, le condizioni delle strade, qui ci sono dei lavori, bisogna deviare, lassù c’è la neve, ci vogliono le catene, l’autostrada del Sole, la via Emilia, la via Flaminia, tenere la distanza di sicurezza, che in un certo senso ti pare sempre come se dovessi partire, perché le strade che ci sono, ma ce n’è, puoi andare dappertutto, a Montescudo, a Bologna, a Badia Tedalda, a San Bendetto del Tronto, a Zurigo, a Madrid, dove vuoi andare c’è la strada, basta partire, solo che io non parto mai…


Eravamo amici, insomma quasi amici, avevamo studiato insieme a Rimini, lei faceva le magistrali, non proprio insieme, io facevo l’Istituto e poi a Bologna all’università, su e giù in treno, c’incontravamo spesso, chiacchieravamo, ci prestavamo i libri, m’ha prestato un giallo che aveva un titolo strano, Con te, ma bello, il più bel giallo che ho letto, poi parlavamo di film, a lei era piaciuto Kramer contro Kramer, anche a me, ma a me era piaciuto molto Il grande freddo, «Vallo a vedere», e dopo mi ha detto «Bello, avevi ragione», «E beh, gli americani sono bravi, hai visto Blade Runner? quello davvero è un capolavoro», ecco, dei discorsi così, e quella sera tornavamo da Bologna, eravamo partiti alle otto, era già notte, avevamo trovato uno scompartimento vuoto, proprio al centro, «Domenica a Ravenna c’è Vasco Rossi, lo conosci? uno un po’ matto», «Lo vai a sentire?» «E tu?» e in quel momento, tac, è mancata la luce, non si vedeva più niente, le ho chiesto «Hai paura?», e lei: «E tu?» abbiamo riso piano, siamo stati zitti un po’, poi non so neanch’io com’è successo, è stato anche il suo profumo, sottile, ma mi entrava dentro, l’ho cercata con una mano, un braccio, la spalla, piano, senza stringere, i capelli, quanti capelli, poi intorno al collo, poi l’ho baciata, e lei m’ha baciato anche lei, e stavamo lì, non sapevamo cosa dire, poi le ho baciato gli occhi, teneri, quasi dolci, sempre senza dir niente, poi un altro bacio, lungo, stavamo zitti, secondo me, anche dalla meraviglia, non ce l’aspettavamo d’innamorarci di colpo quel mercoledì sera, al buio, in treno, un po’ prima di Forlimpopoli.

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